Sulla RAI

 

 

Sinistra (2) e tv

 

Alberto Leiss, 2.6.2014 “Il Manifesto”

In una parola. Una sinistra «all’altezza dei tempi» dovrebbe avere un’idea aggiornata e convincente del servizio pubblico, del rapporto tra democrazia, informazione, spettacolo

 

La que­relle aperta tra il pre­si­dente del Con­si­glio Renzi e il mondo Rai sui 150 milioni, con tanto di scio­pero di tutte le cate­go­rie e tutte le sigle sin­da­cali, pro­pone temi fon­da­men­tali anche per l’identità di una sini­stra, per così dire, all’altezza dei tempi.

Si trat­te­rebbe infatti di ride­fi­nire che cosa si intende per inter­vento e ser­vi­zio pub­blico, e anche di avere un’idea aggior­nata e con­vin­cente del rap­porto tra demo­cra­zia, infor­ma­zione, spettacolo.

Non man­cano posi­zioni, assai diverse, ma aperte: Angelo Guglielmi (ieri su Repub­blica), Giu­liano Fer­rara (sul Foglio del lunedì) Giu­seppe Giu­lietti (sul sito di Arti­colo 21). Andreb­bero tutte nel senso di susci­tare final­mente un serio discorso sulla riforma della Rai per qua­li­fi­carne le varie capa­cità pro­dut­tive, supe­rando vec­chie logi­che di appar­te­nenza poli­tica e di pro­te­zione oligopolistica.

Mi è capi­tato, molti anni fa, di col­la­bo­rare per un anno con la Rai, sco­pren­done la realtà ricca e con­trad­dit­to­ria: una spe­cie di mega-ministero buro­cra­tico e lot­tiz­zato, ma anche un labo­ra­to­rio di nuove pro­fes­sio­na­lità, di ricerca, dotato di uno straor­di­na­rio archi­vio della memo­ria del paese.

La «lot­tiz­za­zione» era insop­por­ta­bile già a quei tempi (cor­reva il fati­dico anno 2000– 2001, la cosid­detta prima Repub­blica era già tra­mon­tata, tra­volta dall’89 e da Tan­gen­to­poli: qual­cuno si ricorda del refe­ren­dum interno che spo­de­stò nel ‘92 l’allora diret­tore del Tg1 Bruno Vespa?) ma era anche un modo per garan­tire un certo plu­ra­li­smo non sem­pre cul­tu­ral­mente disprez­za­bile, e un qual­che rac­cordo con un sistema poli­tico peral­tro già terremotato.

Oggi non ha più alcun senso e Renzi con il suo gesto, al solito senza riguardi, indica a tutti che «il re è nudo».

Tra le tante que­stioni da affron­tare ne cito una, che cono­sco almeno un po’: il rap­porto tra qua­lità dell’informazione, e quindi capa­cità pro­fes­sio­nale gior­na­li­stica, e buona salute democratica.

Il mondo dei media vive una crisi acu­tis­sima, con un mec­ca­ni­smo infer­nale che si morde la coda: la con­cor­renza gra­tuita di Inter­net mette in ginoc­chio le reda­zioni gior­na­li­sti­che. Per com­pe­tere dovreb­bero offrire rigore, atten­di­bi­lità, qua­lità del pro­dotto, ma que­sto richie­de­rebbe più alti costi per remu­ne­rare le pro­fes­sio­na­lità e i tempi di lavoro neces­sari. Man­cano i soldi e il risul­tato è più o meno l’opposto.

Si potrebbe par­lare anche in que­sto caso di un fal­li­mento di mer­cato? Già l’informazione è quella merce biz­zarra che, pur essendo in un certo senso indi­spen­sa­bile, da sola non si rie­sce a ven­dere remu­ne­ran­done il costo, e biso­gna incar­tarla insieme alla pub­bli­cità, con non pochi effetti distorsivi.

Paghe­rei volen­tieri il canone, quindi, se uno dei com­piti — se non il prin­ci­pale — di un ser­vi­zio pub­blico fosse quello di soste­nere un set­tore gior­na­li­stico con la mis­sione (quasi reli­giosa) di infor­mare nel modo più appro­fon­dito, tra­spa­rente e effi­cace i cit­ta­dini di ciò che accade in Ita­lia e nel mondo. Favo­rendo così la cre­scita di una opi­nione pub­blica non del tutto preda di chi urla (e spesso mente) più forte.

È arduo tema­tiz­zare que­sto argo­mento in ter­mini cul­tu­rali, tecnico-professionali, isti­tu­zio­nali e eco­no­mici. Ma una sini­stra «all’altezza dei tempi» dovrebbe con­si­de­rarlo una prio­rità. L’attuale ver­ti­cale crisi della rap­pre­sen­tanza è con­nessa a una altret­tanto grave insuf­fi­cienza della rap­pre­sen­ta­zione della realtà sociale e poli­tica. E le respon­sa­bi­lità della «casta» dei poli­tici — almeno per me — non sono molto diverse da quelle della spe­cu­lare «casta» dell’informazione, nella Rai e fuori dalla Rai.